Licei. Il dialogo democratico e la ricerca del bene comune: a lezione con la giurista Marta Cartabia
Le domande sono state apprezzate dalla giurista, che le ha definite autentiche e cruciali per comprendere le problematiche connesse alla vita democratica. La professoressa, attualmente pro rettore dell’università Bocconi dove insegna Diritto costituzionale, attingendo dai suoi studi e dalla sua esperienza come giudice e presidente della Corte costituzionale e come Ministro della giustizia durante il governo Draghi, ha offerto un inquadramento storico delle questioni poste e una riflessione profonda sulle sfide e sulle potenzialità del dialogo democratico.
Il valore del compromesso
Come esempio storico di questo tipo di compromesso ha portato la scrittura della Costituzione italiana da parte dell’Assemblea Costituente. Composta da forze politiche con visioni del mondo radicalmente diverse (Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Partito Comunista), che afferivano a sfere di influenza internazionali inconciliabili (atlantica vs. sovietica), l’Assemblea doveva affrontare temi scottanti come l’economia. Le visioni contrapposte erano l’economia pianificata con soppressione della proprietà privata (modello socialista/comunista) e l’economia liberale di mercato senza correzioni (modello liberale).
Un gruppo di giovani universitari comprese l’importanza di prepararsi su questi temi, studiando e scambiando idee prima dell’Assemblea. Il culmine di questo lavoro fu il “Codice di Camaldoli”, un testo elaborato nel luglio del 1943 in un contesto di totale confusione politica e sociale. Questo codice propose una “economia sociale di mercato”. Questa visione, poi adottata dalla Costituzione italiana (in particolare l’articolo 41) e diventata strada europea, si basa sulla proprietà privata e sulla libera iniziativa economica, ma con possibilità di limitazione e regolamentazione per garantire l’utilità sociale, la dignità dei lavoratori, l’ambiente e altri interessi collettivi. È un modello che valorizza aspetti di entrambe le visioni contrapposte (iniziativa privata e strumenti di compensazione delle disuguaglianze).
Il ruolo dell’urgenza nel facilitare il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni
Una seconda osservazione, emersa da uno studente, riguardava il ruolo dell’urgenza nel facilitare il dialogo e la ricerca di soluzioni comuni. L’esperienza in classe, dove le conclusioni sono arrivate rapidamente sotto pressione temporale, è stata paragonata alla situazione dell’Italia post-bellica e del governo Draghi (con le scadenze del PNRR).
La giurista ha confermato che l’urgenza è un fattore decisivo che spinge verso l’accordo, poiché permette di superare l’infinita possibilità di rifinire e ribilanciare le decisioni. Esempi citati includono la necessità di reinventare la convivenza dopo la caduta del fascismo e la guerra, la creazione dell’Unione Europea, del Consiglio d’Europa e della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo in un’Europa devastata, le scadenze del PNRR per il governo Draghi, e la pandemia che ha imposto la digitalizzazione accelerata della Corte costituzionale. Sebbene l’urgenza non basti da sola (occorre comunque trovare punti di accordo), essa imprime una capacità di decisione. La politica richiede un misto di grandi principi ideali e un grande realismo; per questo il compromesso è la parola chiave della politica.
La garanzia dei diritti
Una domanda successiva ha riguardato la garanzia dei diritti: che senso ha proporre principi di giustizia se poi non vengono seguiti nella vita concreta (come il diritto a uno stipendio dignitoso)?.
La risposta ha tracciato un’evoluzione storica degli strumenti di garanzia. Le prime dichiarazioni dei diritti prevedevano garanzie giurisdizionali: potersi rivolgere a un giudice imparziale se lo Stato viola un diritto (“diritti di prima generazione” o libertà negative, che chiedono allo Stato di non fare qualcosa, come arrestare ingiustamente). Dopo la Seconda Guerra Mondiale sono state create le Corti costituzionali che giudicano la legittimità delle leggi. Successivamente, sono nati livelli ulteriori come le Corti europee per garantire i diritti anche quando gli strumenti nazionali falliscono.
Tuttavia, questi strumenti giurisdizionali funzionano meglio per i diritti di prima generazione. I “diritti di seconda generazione” o diritti sociali (diritto allo studio, retribuzione dignitosa, assistenza sanitaria, sostegno ai disabili, pensioni) richiedono allo Stato non di non fare, ma di “fare” qualcosa. L’articolo 3 della Costituzione illustra bene questa differenza: il primo comma proibisce la discriminazione, mentre il secondo comma dice che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli” che limitano libertà ed uguaglianza di fatto.
Ci si è chiesti chi sia il soggetto che deve fare tutto questo. La Costituzione parla di “Repubblica”. La “Repubblica”, in questo contesto, non è solo lo Stato inteso come istituzioni (governo, parlamento, giudici, amministrazione), ma l’insieme dei cittadini e del tessuto sociale. Rendere effettivi questi diritti richiede un’azione corale, una responsabilità condivisa tra soggetti pubblici, organizzazioni sociali e singoli cittadini (sindacati, Stato che finanzia, iniziativa individuale, solidarietà). L’idea di contrapporre società civile e Stato è fuorviante: tali soggetti devono dialogare e cooperare.
Il principio di maggioranza e la tutela delle minoranze
Infine, è stata posta una domanda cruciale sull’equilibrio tra il principio di maggioranza e la tutela degli interessi e dei diritti delle minoranze. Nell’opinione pubblica, infatti, spesso la democrazia è vista come semplice volontà della maggioranza (“il popolo ha votato, la maggioranza fa quello che vuole”).
La professoressa ha sottolineato che la democrazia non è solo regola della maggioranza. Sebbene la maggioranza sia necessaria per governare le decisioni ordinarie (come la legge di bilancio), le decisioni di livello costituzionale non possono essere prese solo dalla maggioranza di governo. La Costituzione è la legge fondamentale, che stabilisce i principi e le regole del gioco democratico che non vanno cambiate a ogni partita. Le modifiche costituzionali richiedono procedure aggravate e maggioranze qualificate o un consenso più ampio, coinvolgendo anche l’opposizione, per garantire stabilità e legittimità.
Questo sistema di maggioranze qualificate per le scelte strutturali serve a garantire i “checks and balances” (pesi e contrappesi), limitando il potere della maggioranza ed evitando la “tirannia della maggioranza”. Nessuno scandalo se un governo prende decisioni nette sulla sua competenza (economia, sicurezza, esteri), ma c’è un problema se mette mano sulle istituzioni che devono essere non politiche (giudici, corti costituzionali, autorità indipendenti). La democrazia odierna è democrazia costituzionale, che si svolge entro i margini e nel rispetto della Costituzione.
È stato anche osservato da uno studente che le maggioranze qualificate possono talvolta portare a situazioni di stallo o dare potere di blocco alle minoranze, soprattutto in contesti di forte sbilanciamento. Tuttavia, storicamente e in sistemi più ampi, tendono a favorire il coinvolgimento delle minoranze. Al di là delle regole, ha sottolineato la giurista, è fondamentale una cultura del dialogo e la consapevolezza che le decisioni che devono durare (come quelle costituzionali) beneficiano del compromesso; senza questa cultura, le regole possono essere aggirate o dare effetti contrari.
Il rettore ha concluso l’incontro ribadendo l’importanza di questi temi per la vita democratica e incoraggiando gli studenti a porsi domande, affrontare problemi, studiare, dialogare e partecipare attivamente alla costruzione della democrazia, che è una responsabilità di ciascuno di noi, la res publica, appunto.



























