Pedagogika. Beauty from dirt

Sulle pagine di Pedagogika, rivista trimestrale di educazione, formazione e cultura, fondata nel 1997 da Salvatore Guida, è uscito l’articolo Beauty from dirt a firma della nostra preside del Liceo scientifico, Antonia Chiesa, dedicato alla rigenerazione urbana e didattica. Un tema più che mai attuale e sentito dai nostri studenti che ci permette da una parte di entrare nel merito di un’educazione alla sostenibilità ambientale e alla cittadinanza consapevole dall’altra di sottolineare il ruolo dell’istituzione scolastica quale possibile e prezioso mediatore fra gli attori sociali del territorio.

Beauty from dirt è il titolo di un laboratorio didattico sulla rigenerazione urbana condotto nel 2018 presso il Liceo Scientifico della Fondazione Grossman ad opera di tre docenti con un gruppo di 35 studenti del triennio. Il workshop di 20 ore, distribuite a più riprese durante l’attività didattica, aveva come caso studio uno spazio urbano irrisolto nelle immediate vicinanze della scuola: si chiedeva agli studenti di riflettere sulle potenzialità e possibili trasformazioni del sito esplicitandole attraverso testi, disegni e maquette.

Lezioni di approfondimento storico e geografico, contributi di esperti, analisi di casi comparabili e attività di gruppo hanno scandito il tempo dell’attività didattica con l’esito finale di una presentazione pubblica durante l’open day della scuola. Il contesto teorico e pratico dell’esperimento è quello del progetto architettonico di spazi aperti in ambiente urbano marginale… (leggi l’articolo intero)

Primaria. Giornata accoglienza

Accoglienza dei primini: una valigia piena di desideri

Una proposta di accoglienza reciproca, diventata una bella esperienza per tutti i presenti: ecco ciò che è accaduto lunedì 2 ottobre nel cortile della scuola della Fondazione Grossman, quando i primini sono stati coinvolti, come in un grande abbraccio, da insegnanti e alunni più grandi nella “Giornata dell’accoglienza”, pensata e realizzata con maestria e passione proprio per ciascuno di loro.

Uno spettacolo offerto loro da alcuni insegnanti e capace di coinvolgere nella storia recitata i bambini più grandi, dalla seconda alla quinta, ha infatti subito calamitato l’attenzione dei nostri nuovi amici che, con crescente curiosità e frequenti e gioiose risate, hanno potuto gustare le straordinarie avventure di un animale misterioso giunto nel bosco con una valigia carica di oggetti, subito circondato da animali che dapprima rompono tutto ciò che trovano, ma poi si mettono insieme per ricostruire tutto, scoprendosi anche loro animati dagli stessi desideri del nuovo arrivato nel bosco. Che bello per i bambini potersi così immedesimare nella scoperta che all’inizio della nuova avventura scolastica si è pieni di desideri (gli oggetti della valigia) proprio come i personaggi della storia e che – proprio come loro – l’esperienza più bella che si può fare è quella di scoprirsi insieme a costruire il compimento dei propri desideri: che meravigliosa avventura potrà allora disvelarsi giorno dopo giorno nella nuova scuola, godendo tutti insieme della bellezza di quanto verrà quotidianamente proposto!

È l’inizio di un viaggio che si prospetta davvero promettente e pieno di meravigliose scoperte, come verrà efficacemente augurato loro attraverso la canzone “Buon viaggio” di Cesare Cremonini, che ha coinvolto alla fine del gesto tutti i presenti in un canto corale.

Benvenuti dunque, primini, ad arricchire con la vostra vita piena di desiderio la nostra scuola!

Infanzia. L’Inizio di un cammino

Ieri mattina i bambini più grandi della nostra Scuola dell’infanzia bilingue hanno dato uno speciale benvenuto a tutti i bambini nuovi e a i loro genitori per l’inizio del cammino con noi.
Attraverso canti e poesie, i nostri nuovi amici sono stati accolti e ognuno di loro è stato chiamato e ‘investito’ con una medaglia speciale. Ciascuno, con la sua modalità, è stato protagonista di questo saluto speciale.

Allora pronti via… partiamo per questa fantastica avventura!!!!

Messa inizio anno. In cammino per scoprire il proprio compito

Domenica 17 settembre, don Giacomo Landoni, nostro ex alunno e appartenente alla Fraternità sacerdotale dei missionari di san Carlo Borromeo, ha celebrato la Messa di inizio anno delle scuole della Fondazione Grossman, a cui hanno partecipato genitori, studenti, docenti e personale.

Nell’omelia, don Giacomo ha sottolineato, attraverso la sua testimonianza, come i suoi anni liceali siano stati l’occasione di vivere in libertà la ricerca personale della sua strada, della sua vocazione. In questo sta il pilastro della nostra proposta scolastica: educare i nostri studenti a incontrare la realtà e a prendere sul serio la domanda di senso che l’impatto con essa suscita per scoprire il compito dato a ciascuno.

Scarica il testo integrale dell’Omelia

Inizio anno. Una viva esperienza di dialogo con la realtà

“Di fronte al mare, alla terra e al cielo e a tutte le cose che si muovono in esso,
io non sto impassibile, sono animato, mosso, commosso da quel che vedo,
e questa messa in moto è per una ricerca di qualcosa d’altro”.
(Luigi Giussani, Il senso religioso)

Questa è la frase che abbiamo scelto per il cartoncino di benvenuto, accompagnata da un’immagine evocativa tratta da un video girato a Nazaré, in Portogallo, che riprende una competizione di surf estremo. L’immagine è una bella metafora di come ha inizio un percorso di conoscenza: ci sono dei surfisti a mollo, in attesa dell’onda e quando l’onda gigante arriva, uno di loro si erge in piedi e inizia a cavalcarla. La sfida nasce nell’incontro tra l’evento, l’arrivo dell’onda, e l’attesa del surfista, che in pochi istanti decide se cavalcarla o rinunciare e attenderne un’altra.

Questa dinamica è per ciascuno di noi quotidiana: continuamente la realtà ci sfida con un evento, un incontro, una lieta novella o una catastrofe, un testo, un’opera, un problema, un invito, una musica… Sta a ciascuno di noi decidere se cavalcare l’onda o tergiversare. Non è infatti scontato che, all’accorgersi della chiamata della realtà, l’io si muova, dia l’abbrivio a un percorso di conoscenza. Si può decidere di rimanere indifferenti, per mancanza di energia, per distrazione, per superficialità, per paura. Oppure iniziare a dare del tu alla realtà, interrogarla e lasciarsi interrogare.

Auguriamo a studenti e docenti di fare quest’anno una viva esperienza di dialogo con la realtà, alla ricerca di ciò che di profondo porta con sé, del suo significato, del nesso che ogni cosa ha con l’io che la indaga e che parla con lei. Lasciate parlare le cose, interrogatele, insieme. Perché la ragione e la libertà di ciascuno hanno bisogno di amici per non intiepidirsi, impigrirsi, ritirarsi, rendendo l’io insensibile allo “squillo altissimo” delle cose e dunque impoverito nel cuore. Buon anno!

Perché vale la pena insegnare?

Perché vale la pena insegnare? E perché costruire insieme una scuola libera? Il nuovo anno scolastico si è aperto con un momento di lavoro e di festa che ha riunito tutto il personale della Fondazione per riconquistare il significato del proprio impegno: “solo chi ha vissuto l’avventura dello spalancarsi dell’orizzonte di senso nel tentativo di conoscere un qualunque contenuto disciplinare, può essersi formato una almeno vaga idea della bellezza dell’insegnamento. Perché l’insegnamento è ricerca di senso, ed è al contempo amicizia”.

L’incontro con il rettore e un consigliere di amministrazione è stato seguito da una jazz session: un quartetto di musicisti si è lasciato interpellare dal testo di P. Florenskij “Lezione e lectio” mettendo a confronto la natura della lezione con il jazz. Imprevedibili entrambi come la vita.

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Secondaria. Una scuola dove crescere insieme

Sabato 10 giugno si è svolta la festa di fine anno della Scuola secondaria di primo grado. La giornata si è aperta con un gioco che ha coinvolto ragazzi e genitori, a seguire la premiazione dei vincitori dei tornei di tag-rugby e ultimate, svolti durante l’Open week, e per finire un momento canoro per salutare le classi uscenti.

Non poteva mancare il saluto alla prof.ssa Ardigò che, dopo ben 40 anni di insegnamento presso la nostra scuola, va in pensione. Commovente rivedere tanti volti che hanno condiviso con lei la vita professionale, tornare per rendere omaggio alla collega che ha sempre saputo accogliere e accompagnare tutti,  giovani e adulti, nel loro cammino di crescita umana e professionale.

A tutti i docenti, gli studenti e le famiglie, convenuti alla festa, un caloroso grazie per un anno scolastico che ha fatto crescere ciascuno: come la festa ha dimostrato, solo una comunità che condivide l’amore per la conoscenza e per la vita, educa i giovani alla ragione e alla libertà!

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Primaria. Ogni cosa dice sempre un po’ più in là

“Siamo partiti un bel mattino all’improvviso.
Trovarci in strada insieme ad altri ci ha sorpreso.
Ci siam fidati delle guide e abbiam seguito
e poco a poco il viaggio poi ci ha dimostrato
che siamo ancora sul tracciato anche se a volte sembra che
non si veda niente non ci sia un perché
la vita è tutta in movimento se ogni cosa che c’è qua
dice sempre un po’ più in là”.

 

Le parole della canzone “I viaggiatori” di Paolo Amelio, intonata da tutti i bambini della Scuola primaria al termine del saluto ai loro amici di quinta, esprimono al meglio ciò che per noi significa fare scuola. La festa della Scuola primaria ha raccontato con canti, parole e azioni cosa vuol dire per noi andare insieme “sempre un po’ più in là”.

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Infanzia. In festa con Il mago di Oz

Sabato si è svolta la festa della Scuola dell’infanzia bilingue che ha messo in scena in modo originale la storia de Il mago di Oz.

Attraverso un percorso itinerante, i bambini hanno incontrato i personaggi della storia e sono giunti al cospetto del grande Mago, dove si sono svolti canti e balli per festeggiare la scoperta che in ognuno di noi c’è tutto quello che serve per vivere in pienezza: cuore, cervello e coraggio.

Bambini, genitori e maestre sono stati insieme protagonisti di questa intensa mattinata che ha ripreso le tappe affrontate durante l’anno scolastico.

Che bella festa!

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Concorso fotografico “Costruttori di pace”… and the winner is

Si è svolta questo pomeriggio la premiazione del concorso fotografico Costruttori di pace, proposto a tutte le componenti della Fondazione Grossman, suddivise in quattro categorie:

  • Alunni della Scuola primaria (classi quarta e quinta)
  • Studenti della Scuola secondaria di I grado
  • Studenti dei Licei
  • Adulti (genitori, nonni e personale)

Il concorso nasce dal desiderio di rispondere all’invito che l’Arcivescovo di Milano monsignor Mario Delpini ha rivolto alla nostra scuola in occasione della visita pastorale: rendere visibile la speranza.

Qui di seguito le fotografie vincenti selezionate dalla giuria composta da Jacopo Percivaldi, fotografo, Tommaso Montorfano, docente di lettere e poeta, e Silvio Ziliotto, presidente di IPSIA Milano e Delegato delle Acli Milanesi alle relazioni internazionali, con le motivazioni.

Primi classificati per categoria

Colonne di luce

di Elena Salvato (Alunni della Scuola primaria)
Ho fotografato il mio fratellino mentre solleva dei rotoli di carta provando a costruirsi una casetta. Mi piaceva particolarmente la luce che verso il tramonto lo illuminava e illuminava quei rotoli di carta che sembravano diventare quasi delle colonne di un tempio che è crollato e che ora viene costruito di nuovo!

Motivazione
Costruire spesso significa ri-costruire ciò che – per responsabilità o fatalità – sembrerebbe perduto. E la suggestione del tempio pare alludere alla costruzione di un’opera – la pace – che come il tempio è insieme umana e ben più che umana. Ma per costruire, e per ricostruire, occorre il tempo. Il soggetto della fotografia non è infatti un prodotto già compiuto, bensì un fatto che sta accadendo: gli elementi presenti ci introducono all’idea di qualcosa che si sta sviluppando, che sta avvenendo sotto i nostri occhi. C’è un prima e c’è un dopo, e tutto ciò ci rende in qualche modo partecipi alla scena. Il rotolo di carta tra le mani del fratellino di Elena forma una diagonale che porta lo sguardo a “continuare” questa costruzione, nella visione di una continuazione, dell’ambiente intorno, del volto del bambino, di tutto ciò che c’è senza che sia mostrato. La particolare efficacia è perciò nella scelta dell’inquadratura: ciò che non si vede, quello che è stato lasciato “fuori”, conferisce forza all’immagine; ciò che manca può accendere la nostra immaginazione, un pensiero, un ricordo, un interrogativo o una riflessione.

L’albero della vita

di Giovanni Jurkic (Studenti della Scuola secondaria di I grado)
Questo è l’unico albero che cresce nel deserto: anche dal deserto può nascere la vita, sembra impossibile, ma anche dalla situazione più difficile può nascere la pace.

Motivazione
L’albero in primo piano ci permette di vedere “oltre”. L’occhio arriva fino alla linea dell’orizzonte, per poi tornare in primo piano. Il dialogo visivo nella profondità di campo di questa immagine favorisce un percorso dello sguardo che fa abbracciare cielo e terra, e che trova il loro punto di unione proprio in questa pianta, traccia di qualcosa di presente, passato, di una storia, di un tempo. La composizione delle linee dominanti è rigida, in terzi, e dalla forma dell’albero emerge una perfetta diagonale. Tutto ciò ci porta in qualche modo a intuire che in questa immagine Giovanni ha visto, magari anche inconsapevolmente, qualcosa che ha voluto immortalare e condividere. Forse un modo per costruire la pace è proprio questo: rintracciare nel brullo e nell’arido i segni di una vita che cresce ostinata, e riconoscerli, e dotarli di una voce.

“No one is useless in this world who lightens the burdens of another” (Charles Dickens)

di Maria Castellanza (Studenti dei Licei)
Ho scattato questa foto presso il centro Cardinal Ferrari che offre supporto alle persone senza dimora, chiamati i “Carissimi”. Già questo piccolo soprannome mi ha molto colpito in quanto emerge come questi non vengano definiti soltanto per la loro condizione, ma piuttosto per la meraviglia che sono o, alle volte, nascondono. Di conseguenza ho notato la cura e l’attenzione con cui i volontari si rivolgevano loro, senza fermarsi al bisogno materiale di cibo o vestiti, ma ponendosi come un qualcuno con cui dialogare. I Carissimi fanno proprio tale atteggiamento, rendendolo esplicito anche l’uno verso l’altro, come in questa foto di Sandrina, donna solitaria e definita “lucida” da Goffredo, brasiliano accanto a lei, che si è subito affezionato a me, raccontandomi dell’aiuto ricevuto e del bene che tutti volevano a questa Sandrina tanto da mostrarmi tutto felice le foto del suo ottantesimo compleanno. Durante l’esperienza mi sono paragonata a Lee Jeffries, fotografo di strada di cui ho visto una mostra al Museo Diocesano, essendo entrata in rapporto con loro prima ancora di scattare la foto. Ho scelto questa storia perché a mio avviso basta un semplice sguardo d’affetto come questo per “aggiustare il mondo”.

Motivazione
Lo sfondo colorato alle spalle dei due soggetti fa capire che il gesto immortalato è avvenuto all’interno di un contesto, di un luogo, di un ambiente; ciò rende l’immagine interessante, concreta, accessibile. Non è soltanto nel grande scacchiere del mondo che si gioca la partita della pace, ma è anzitutto nella più quotidiana “scacchiera” di ogni stanza. Emerge una sorta di unità tra i due soggetti. Non è data soltanto dal gesto dell’uomo verso l’anziana donna, ma si sviluppa grazie alle due diagonali dell’inquadratura, che mettono in dialogo il volto e le mani di entrambi, reciprocamente, ponendoli sullo stesso piano, enfatizzando l’idea che un gesto umano è in grado di “sfondare” età e diversità. E non è nemmeno necessario interpretare correttamente lo specifico gesto dell’uno nei confronti dell’altra: è sufficiente, per l’intelligenza dell’immagine, accorgersi che costruire la pace può significare anche semplicemente “prendersi cura”.

Una luce nelle tenebre

di Giuliano Zanchetta (Adulti)
Ciascuno con la sua storia e le sue preoccupazioni, fedeli di varie confessioni accendono candele nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme.

Motivazione
In questa immagine tutti i soggetti, sulle orme dei grandi fiamminghi e di De La Tour, sono fonte di luce, all’interno di un ambiente buio. Tutti uniti nella preghiera in un luogo controverso come la Basilica del Santo Sepolcro, nella città delle fedi e della Pace sempre anelata. L’occhio attento può provare a indagare l’origine di questa luce: nel tentativo di percorrere una strada ci sorprenderemo nel non aver trovato una interruzione di continuità tra le persone, le mani, le candele, i volti. Questa circolarità che cerca qualcosa di ignoto può donare consistenza alla fotografia Si può rilevare in questo senso un aspetto certamente originale che Giuliano ha colto: gli uomini sono quei viventi capaci di accogliere ciò che non sanno costruire, di custodire ciò che non sono in grado di generare.

Menzioni speciali

Genesi 9:16

di Romeo Leone

“L’arco dunque sarà nelle nuvole, e io lo guarderò per ricordarmi del patto perpetuo fra Dio e ogni essere vivente, di qualunque carne che è sulla terra”.

Motivazione
Tre piani paralleli qui si sovrappongono: il tavolo, le mani e il raggio di luce. Una costruzione che apre lo spazio all’idea di una profondità, di una complessità, ancora da comprendere; al contempo è una composizione essenziale, in cui l’inquadratura frontale, diretta e con pochi elementi, chiede di giungere a un punto di sintesi. La linea orizzontale formata dal raggio di luce e quella della giunta del legno su cui poggiano le mani creano un dialogo nascosto ma non secondario: l’impalpabile fugacità dell’una dà densità e stabilità all’altra, e insieme il duro legno è come vivificato dall’imprevisto fascio luminoso. Si innesta nello spettatore l’idea che l’effimero possa consentire di riscoprire la ricchezza di ciò che c’è, e che forse, spesso, è dato per scontato. Come suggerisce Romeo nella descrizione, l’iride è tra i primi e più celebri simboli della pace. Ma nell’alleanza tra cielo e terra, che ruolo riveste l’azione dell’uomo? A che cosa servono, in questo gioco di piani paralleli, le mani aperte di ciascuno?

L’arredatore di giardini

di Lucia Spezzibottiani
Questa foto non è delle migliori mai scattate per quanto riguarda la tecnica o la composizione. Neanche l’inquadratura è particolarmente suggestiva; mentre andavo a casa dei miei nonni, che abitano nel palazzo sullo sfondo, sono riuscita a realizzare questo unico scatto. Ho scelto di usare il bianco e nero non solo per far risaltare il viso chinato di Giovanni, ma anche per poter lasciare che soltanto un oggetto fosse colorato: il fiore rosso. Rosso come il cappotto della celebre bambina del film Schindler’s List, simbolo di speranza e di pace.

Motivazione
Le grate sullo sfondo, la loro rigida ripetitività, accentuano l’aspetto evocativo e generativo di ciò che avviene in primo piano, quasi a farci sentire necessario quello che sta facendo il signor Giovanni. Le linee orizzontali formate dal marciapiede, dal muretto, dalla grate, fanno risaltare la verticalità dell’uomo, ripresa anche dagli alberi alle sue spalle, favorendo questa impressione di qualcosa che spezza uno schematismo, irrompe dentro un rigore, dando un nuovo respiro. La scelta di lasciare il colore rosso sul fiore centrale riporta inevitabilmente a quello che Lucia vuole comunicarci, portando la nostra attenzione su ciò che il lavoro dell’uomo può essere in grado di generare.

Be kind, everyone you meet is fighting a hard battle” (Ian MacLaren)

di Riccardo Castellanza
Sono stato con mia figlia al Cardinal Ferrari dove vengono accolte le persone in difficoltà. In questa foto è ritratto uno di loro mentre gioca a carte con un volontario che continuava a vincere. Nonostante ciò, l’altro non si è mai arreso, sfidandolo più volte alla rivincita e quindi a continuare il gioco, mostrando che per lui la cosa importante non era tanto la vittoria ma il fatto che questo volontario fosse lì per lui e gli dedicasse il suo tempo. Perciò l’amore di quest’ultimo fa sentire l’ospite in pace pur in una vita travagliata, rappresentata qui dalla sconfitta a carte.

Motivazione
La composizione sorvegliata ed equilibrata di questa immagine rivela la sua efficacia per lo più grazie all’inquadratura. Il punto di vista, abbassato per mostrare la rosa delle carte, dà origine a una sorta di soggettiva che gioca a creare nello spettatore l’immedesimazione con uno dei protagonisti. Quasi come se le mani e le carte dell’anonimo volontario fossero quelle di chi guarda. Ognuno di noi – sembra suggerirci Riccardo – è chiamato a impegnarsi in una instancabile partita con la vita di chi manifesta il bisogno di una pace.